Mentre si spengono le luci sui padiglioni della Fiera di Verona, si chiude anche la quarta e ultima giornata della 57esima edizione di Vinitaly. Una fiera che non è più solo un appuntamento per addetti ai lavori, ma un termometro culturale, sociale, identitario. Il vino, da liquido conviviale, è diventato specchio di un tempo che cambia — e Vinitaly lo riflette, con tutte le sue luci (e qualche ombra).
Mai così affollata, mai così polarizzata
Secondo i dati di Veronafiere, sono stati oltre 97.000 i visitatori, con un incremento significativo di buyer internazionali (+15% rispetto al 2024), in particolare da Stati Uniti, Cina e Corea del Sud. Segno che il vino italiano continua a parlare molte lingue, ma ha bisogno di vocabolari sempre più sofisticati. Da una parte i grandi marchi, i colossi dell’export, le etichette che volano nei mercati globali. Dall’altra, i piccoli produttori che si fanno largo tra talk sulla sostenibilità, degustazioni sincere, vini che raccontano territori e vite con le mani sporche di terra. In mezzo, un pubblico più ampio e più giovane, assetato di autenticità quanto di bollicine.
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Il paradosso più interessante?
Mentre il vino cerca di rimanere “vero”, Vinitaly si fa sempre più spettacolo. Luci, social, storytelling, influencer, mixology. È un segnale di apertura o un rischio di distrazione? Forse entrambi. Ma è anche così che il vino resta al centro del discorso, seducendo i consumatori senza dimenticare i contadini. E poi ci sono le sfide che restano lì, in controluce: la burocrazia che strozza i piccoli, l’export che dipende da mercati fragili, i cambiamenti climatici che mutano le vendemmie come non mai. In questo contesto, è risuonata forte la voce di Silvano Brescianini, presidente del Consorzio Franciacorta, durante una delle masterclass più seguite: “Il nostro futuro si gioca tra biodiversità e identità. Non possiamo inseguire le mode, dobbiamo essere noi a crearle, a partire dal territorio.”
Così come quella di Helena Lageder, che all’incontro “Vigna Donna” ha detto: “Il vino non è neutro: ha un genere, una storia, un’energia. E oggi ha bisogno di più voci, non di più etichette.”

Vinitaly 2025 si chiude, ma apre scenari
Il vino italiano è vivo, vispo, variegato. E oggi, più che mai, ha bisogno di voce, di coraggio e di racconto. Perché dentro ogni calice c’è un pezzo d’Italia che vuole essere ascoltato. E Vinitaly, per fortuna, ha ancora voglia di farlo parlare.
